lunedì 15 ottobre 2018

E' in formazione un gruppo sophianalitico aperto, rivolto a tutti coloro che sono interessati a promuovere la propria crescita personale. 
La Sophia-analisi mette al centro della sua ricerca e del suo metodo d’intervento lo sviluppo della Persona, intesa come colui che è capace di amarsi, amare ed essere amato nella libertà, per realizzare sempre di più la sua identità autentica, libera dai condizionamenti e dalle strettoie di un falso modo di pensare.
Perché vederci in gruppo?
L’eterogeneità del gruppo sophianalitico favorisce il confronto di più punti di vista e la storia dell’uno diventa patrimonio per l’altro in un processo di continuo scambio, che arricchisce il singolo e il gruppo stesso di nuove soluzioni.
La sophia-analisi di gruppo è un progetto esistenziale e corale, che può essere ben espresso dall’immagine di un’orchestra in grado di suonare una sinfonia, perché ognuno contribuisce con l’originalità e la maestria del proprio strumento.






Il gruppo si riunirà con cadenza quindicinale, può partecipare chi già è in un percorso individuale, chi invece vuole cogliere l’occasione per fare la prima esperienza o chi vuole ripeterla per il tempo che ritiene utile al suo momento di vita. 
La caratteristica del gruppo aperto non prevede una chiusura finale per tutti, ma si adatterà al percorso personale di ogni partecipante, con un minimo di permanenza di un anno.
L’adesione al gruppo contempla un colloquio preliminare individuale.

Per ulteriori informazioni telefonare al 3333267449 o scrivere a lucianamargani@libero.it

sabato 20 gennaio 2018

Cinema - Terraferma




Gli artisti gettano uno sguardo altro sul fenomeno che si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, la migrazione, un movimento incessante che l’umanità compie, e che ha sempre compiuto, per sopravvivere a condizioni avverse o per realizzare un progetto di vita.

Salgado nel 2000 ha dedicato la bellissima mostra fotografica In cammino alla narrazione dei grandi movimenti dei popoli che trasformano “la fisionomia sociale e etnica delle nazioni e dei continenti”, facendoci intuire e riflettere sul mondo che si va man mano configurando.

Tutti gli uomini sono sospinti da un sogno e questo credo che sia la questione profonda di questo fenomeno che più interpella tutti noi, al di là dei dibattiti politici e sociali che ne conseguono e che sono necessari.

Siamo pronti ad attraversare la grande acqua (I Ching) per far sopravvivere i nostri sogni?  vogliamo riscoprire il nostro spirito d’intraprendenza per accettare nuove sfide, ben consapevoli che siamo chiamati a creare una nuova “famiglia” umana fondata sulla solidarietà e la condivisione?

Sabato 3 febbraio 2018 ore 15,30 – Via Varco Sabino 56 - Roma


Invito al cinema - Due giorni e una notte - Viviane




L’invito a partecipare agli incontri di Cinema scaturisce dal desiderio di creare un luogo dove mantenere vivo il dibattito sulle tematiche umane ed esistenziali, che sono in continuo divenire.
La nostra legittima ricerca di felicità necessariamente ci porta a riflettere non soltanto su di noi, ma anche sui contesti che abbiamo creato per il vivere comune.

Il confronto delle nostre idee mi sembra fondamentale per essere più efficaci e incisivi nel promuovere quei cambiamenti che vorremmo realizzare. 


Sabato 18 febbraio 2017
Due giorni e una notte
Jean-Pierre e Luc Dardenne 2014

Sandra ha un marito, Manu, due figli e un lavoro presso una piccola azienda che realizza pannelli solari. Sandra 'aveva' un lavoro perché i colleghi sono stati messi di fronte a una scelta: se votano per il suo licenziamento (è considerata l'anello debole della catena produttiva perché ha sofferto di depressione anche se ora la situazione è migliorata) riceveranno un bonus di 1000 euro. In caso contrario non spetterà loro l'emolumento aggiuntivo. Grazie al sostegno

di Manu, Sandra chiede una ripetizione della votazione in cui sia tutelata la segretezza. La ottiene ma ha un tempo limitatissimo per convincere chi le ha votato contro a cambiare parere.
Il percorso della protagonista ci pone di fronte alle situazioni più diverse: c'è chi si nega, chi ha paura, chi ricorda un suo gesto di generosità del passato. Le etnie di provenienza sono le più diverse ma il senso di insicurezza profonda accomuna tutti. C'è chi cambia idea così come c'è chi si irrigidisce ancora di più. Poi c'è Sandra. Questa giovane madre incline al pianto e alla disistima di se stessa che nella sua ricerca di consensi ritrova progressivamente la forza di reagire senza umiliarsi, di chiedere comprensione per sé conservandola per gli altri. (Mymovies.it)


Con l’essenzialità che contraddistingue il loro cinema, i registi belgi mettono a fuoco uno dei temi scottanti del nostro tempo, la crisi economica e del lavoro. Ma, mentre lo spettatore (grazie anche allo stile di ripresa) accompagna la protagonista nel suo camminare incessante alla ricerca di sé e della soluzione del suo problema, emerge nella narrazione una questione forse anche più importante, il dibattito tutto intimo e personale che ognuno di noi si trova ad affrontare tra il perseguire il proprio tornaconto e il promuovere il bene dell’altro. Senza neanche accorgerci metteremo il piede su un terreno dove spunta la disperazione, la paura ma anche la speranza, la povertà ma anche i piccoli sogni, l'esclusione e la solidarietà, in breve, il quadro dell’umana fragilità!
Alla fine il racconto impone una domanda: "il bisogno di sopravvivenza può annullare i valori umani su cui vogliamo fondare la nostra esistenza, ci può far rinunciare a costruire il mondo che vorremmo abitare?"

Credo che valga la pena non perderlo per i temi che tocca, dal tema del lavoro al problema dell’autostima, dalla complessità della relazione di coppia a quella del rapporto con gli altri.
Sono questioni che ci toccano da vicino ed il film, come
il cinema più in generale, è un grande mediatore che sempre ci interpella per emozionarci, appassionarci e in fondo per conoscere noi stessi. 





L'incontro svoltosi sabato ha visto coinvolti nella visione e nell’elaborazione dei tempi proposti dal film otto persone, il cui nome apparirà puntato per ragioni di privacy. Ci piace però rispettare la natura dialogica del dibattito e l'andamento un po' nomade degli argomenti e delle associazioni.

Dapprima ci si è concentrati sul ruolo del marito, positivo/ negativo, consapevole/ inconsapevole.
Da un lato infatti lui l'accompagna nel percorso di confrontarsi colle difficoltà e metterla a contatto colla sua rabbia; se non avesse fatto così (per A. e Luciana) lei non sarebbe potuta rinascere e prendere la determinazione del finale.

Per F. e L. ci sarebbe potuto aspettare dal proprio compagno una diversa comprensione invece anche lui le fa sentire il peso di perdere il lavoro, i soldi. In un certo senso anche lui si comporta come gli altri che mette al primo posto problemi pratici e materiali.
Luciana ricorda come sia difficile essere vicini a una persona depressa, oscillando, come spesso accade, tra protezione e commiserazione e un vuoto incitamento. A volte essere dinamici è la sola reazione, che serve a esorcizzare il fantasma della depressione.
G. dice che in fondo perdere il lavoro di lunedì è molto diverso che perderlo di venerdì, cioè alla fine di un percorso, comunque di conoscenza di sé, degli altri e delle relazioni fra sé e gli altri. Intanto perché è una scelta. Poi perché mette in atto una rete di solidarietà che è ben visibile nella ragazza che lascia il marito e viene ospitata a casa di lei. Lei è stata utile alla ragazza, ha smascherato una finzione. La solidarietà, dice G., non è dovuta, non è un punto di partenza, ma una rete da tessere.
Nel finale lei restituisce tutto quello che ha ricevuto, dice Luciana. Lei assume su di sé le colpe degli altri come per Timur, lo rivela la sequenza a bordo campo in cui lui piange e lei aveva anche dimenticato di essersi assunta una piccola mancanza del giovane inesperto.
V. si è sentita colpita da come il film parla della depressione. Dava fastidio come agiva, lei voleva solo restare a letto, apprezza molto la capacità di quest'uomo di farla camminare standole accanto.
Il numero delle persone sembra il numero dei gradini. Ognuno che le diceva di sì era un gradino per uscire dalla sua depressione.

La tenacia del marito, si vede anche dal fatto, dice V., che l’accompagna anche dopo aver ricevuto un mezzo rifiuto dall'amica, quella che poi lascia il marito.
L. dice che lei, impostando sul piano etico le sue relazioni con i colleghi, anche comprendendo il loro rifiuto, le loro ragioni, non può alla fine che essere etica e rifiutare di prendere il posto del ragazzo precario che, del resto, le aveva confidato la sua debolezza. Ed è proprio quest’acquisizione etica che le permette alla fine del film di sorridere e avere energia nel cercare un nuovo lavoro.

Lo scopo del marito a spingerla ad andare è proprio di farsi vedere direttamente, perché anche nel rifiuto si può creare una relazione, ricorda Luciana.
Si può anche aprire una lettura più sociale dice G., perché il lavoro garantisce non solo uno stipendio ma una rete di relazioni. Il padrone alla fine fa i conti e decide secondo una logica mercantile.

Riflessioni sul potere ruotano intorno alle figure del padrone e del caporeparto, il secondo più squallido ancora del primo. La seconda figura più negativa per A. è il ragazzo che picchia il padre perché è l'egoismo puro, disinteressato agli altri.
Domanda cruciale di Luciana. Lei è vittima o qualcosa di suo c'è nella sua perdita di lavoro?
E se lei invece desiderava uscire da quel posto di lavoro e non ne aveva la forza?

Per questo, dice V., all'inizio il marito dà fastidio perché non sembra contemplare la possibilità che lei non ne voglia più sapere. Questa è l'ambivalenza del marito.
C. ipotizza che non sia del tutto consapevole perché dice il no solo davanti all'alternativa di eliminare il collega o se stessa. 

Ma in realtà secondo L. non è solo il posto di lavoro è anche lei stessa che ha contribuito alla sua depressione. Avendo adesso cambiato una cosa fondamentale della sua vita, avendo anche sconfitto il persecutore, come sottolinea Luciana, potrebbe anche perfino restare nel vecchio posto di lavoro
Il ragazzo sulla porta le dice che per lui sarebbe un disastro se venisse reintegrata, ma le augura di vincere, ciò significa, come dice Luciana, che riesce ad assumersi la sua debolezza. È un atteggiamento emotivamente maturo o almeno molto consapevole.
La scelta del vestito. Per Luciana e V. (anche il codino) è un segno di sciatteria, sembrano cose non scelte, prese alla bancarella, per L. però la canottiera rosa dell'inizio, che stride nella sua frivolezza con l'angoscia che vive, viene ripresa nel finale quando invece la riempie col suo corpo. E in mezzo c'è una vesticciola rossastra che la smagrisce e corrisponde forse all’accettazione della sua depressione.
Lei si sente sola perché non prova emozioni né le esterna, neanche ai figli.
Solo nel letto di ospedale c'è un gesto di affetto nei confronti del marito
E se la depressione fosse una posizione di pretesa? Dunque la lotta è così forte perché così forte è la pretesa da cui tutto muove?
All'inizio lei potrebbe essere spaventata dall'aver raggiunto gli obiettivi che aveva avuto: figli, casa nuova, e non più casa popolare.
La ricchezza è nel percorso, dice A. e dunque diffidare degli obiettivi.
Luciana dice nel finale “mi sono sentita un po' Sandra, caparbia nel riproporre questo film... nonostante l'invito precedente fosse andato a vuoto”.
Si finisce con un sorriso.

Luca Antoccia

Sabato 13 Maggio 2017
Viviane
Ronit e Shlomi Elkabetz 2014

La narrazione si snoda intorno alla condizione della donna nel matrimonio ebraico, ma estenderei il discorso per affermare, intorno alla condizione della coppia nel matrimonio ebraico, in occasione della richiesta di divorzio da parte della moglie.
Il film ci farà riflettere, a fronte del rigore religioso riguardo a certi temi, su alcune dinamiche, che noi crediamo, emancipandoci da molte delle nostre tradizioni, di aver superato o risolto, ma troppo spesso sono solo sepolte nel più profondo di noi stessi, condizionando le nostre vite.




Luciana, invita a partire da ciò che di personale i partecipanti hanno rivissuto durante la visione del film.

A.: sono entrata mani e piedi per aver fatto figli con un uomo di famiglia molto cattolica. Tutta la sofferenza di dover affermare la mia laicità. Perché mi hai scelta? La domanda che mi sono posta e mi pongo. Vengo comunque da una famiglia cattolica. Ho accettato il battesimo, se no succedeva il finimondo con la famiglia del mio uomo, e poi la comunione... Il peso di portare le mie figlie in una comunità in cui non mi riconoscevo, io porto le mie figlie e poi io ne resto fuori...Sentivo allora di voler partecipare con la comunione ma non sono stata accettata...
Luciana: sento che, anche se il discorso si sta spostando dall'ebraismo al cattolicesimo, dobbiamo però trovare il lato interiore della faccenda.
A.: io per esempio non ci sarei stata, mi sarei presa la mia libertà.
C.: io avrei abbozzato ma poi avrei fatto come mi pareva.

G.: la prima cosa che mi è arrivata (non voglio parlare del sistema, di Israele) è la dimensione del potere assoluto di un individuo su un altro individuo. Però in ogni caso anche lui era vittima di un sistema di regole che tirava fuori da lui il peggio, vittima di regole che anche a lui sottraevano quello che era. Lei, come dice A., poteva eludere il problema del divorzio, ma il potere quindi glielo diamo noi al sistema, perché ci dà legittimità, esisti. Io a te ho dato il potere di tenermi in piedi...
Luciana: ...le relazioni basate sul possesso...
A.: anche mia nonna diceva: "Sono fortunata, in fondo, perché mio marito non mi ha mai picchiata, non beve...". E poi lui la odiava, quanta contraddizione nelle parole di lui quando dice: Io ti amo.
Luciana: l'unica frase d'amore che lui le dice è alla fine quando le chiede "Perdonami"
A.: mi ha colpito che alla fine lei cammini e svolti ad angolo retto come se rispettasse dei binari.
A.: mi ha colpito l'aspetto corporativistico-maschile, come se facessero fronte comune, tutti maschi... testimoni giudici avvocati.
A.: lei alla fine si ribella, sì, ma voleva comunque il consenso del sistema Luciana: Guardate che i laici a volte sono i più ferrei... e tuttavia vi chiederei: Ma da dove parte la difficoltà delle donne e degli uomini separati a rifarsi una vita? Anche certi matrimoni vanno a monte perché certe donne, certi uomini, restano fedeli a una figura precedente: Papà non ti tradirò mai, come certi uomini diranno senza saperlo alla propria madre: Non ti tradirò mai. Come cioè certe istanze entrano dentro di noi, perché fanno parte del processo di crescita e del processo di autonomia interiore. L'uomo del film infatti vive a lungo solo con la madre e porta la madre in casa con la moglie.
Luciana: La scena finale: lei è molto saggia, perché sceglie se stessa, perché senza questa scelta non ci può essere niente. Del resto è il periodo del nostro '68. La libertà è una tessitura graduale...
Credo che queste due persone in qualche modo si siano amate, aiutate, lui ha aiutato lei a liberarsi dal padre ( autorità )
A.: io mi sento come lui che non riesce ad accettare di vedere il proprio ex compagno con un altro/a... beh, è dura, io ancora la sento questa difficoltà.
A.: io l'ho detto al mio ex marito: io ho detto "dammi la mia libertà", come lei nel film
A.: non sono mai stata gelosa, in vita mia, perché non liberare l'altro quando... quando l'altro si allontana io mi allontano...
Luciana: la separazione nella mia storia l'ho voluta io, ma sapevo che avrei sofferto vedendolo per la prima volta con un’altra donna e avevo la tremarella...
A.: è più semplice separarsi quando non ci sono i figli...
Luciana: se hai voluto un legame di riconoscimento, il legame è già un figlio.
G.: vedere l'ex con un altro/a è sfidante perché mette in campo la tua identità e più è fragile e più ti possono tremare le gambe.
Luciana: nel mio caso sentivo che perdevo il possesso. La trattativa finale verte sul fatto che lei non sarà permessa a un uomo... e se lei avesse scelto proprio di non passare ad alcun altro uomo? (accetta la richiesta del marito perché lei stessa non vuole più sottomettersi a quella formula)

A.: forse l'avvocato è innamorato della donna...
L.: curioso che sia stato accomunato tutto il maschile e invece l'avvocato è innamorato di lei in quanto si oppone allo stesso sistema cui si ribella lei, dunque c'è alleanza, sintonia...
M.: quando lei si sottopone al giudizio del tribunale. Secondo me è simbolica la sua lotta e dunque necessaria. È necessario che il sistema riconosca la mia libertà d’individuo. Quando lei accetta il compromesso col marito, se la libertà va conquistata passo dopo passo... ci vedo una contraddizione.
Luciana: invece è coerente perché per potersi affermare davanti al tribunale deve accettare la trattativa col marito.
L.: che ne fa però poi della sua promessa-patto al marito, è pronta a gettarla alle ortiche?
M.: lei si riassoggetta
Luciana: dove andiamo, noi siamo sempre sposati a qualcuno, a un'idea di amore ...
Quindi lei si separa da lui accettando la provocazione, che il marito le dà e che significa per lei il diritto di separarsi da qualunque storia pregressa. Da un altro possibile matrimonio. Da ogni possibile reificazione.
L.: non credete che così si dà un potere enorme all'ex marito, di non reificarsi in nuovi rapporti?
A.: c'è un contesto dentro il tribunale, e un altro dentro la relazione, ed è dentro la relazione che avviene la liberazione di lei...
Luciana: la liberazione non avviene mai dentro di sé del tutto, serve l'altro esterno interiorizzato. Lei era prigioniera, tra l'altro continuava a cucinare per il marito e per il figlio....
A.: la mia libertà significa anche rivedere certe regole, fumare, sciogliere i capelli mettere lo smalto ...
Luciana: L'importante qui, in questi incontri, non è venire a capo delle questioni, ma aprire delle riflessioni che tornino nella nostra vita per confermarci se deve essere così o se è possibile scegliere qualcosa di altro.
Se ci sono venuti dubbi sulle nostre convinzioni, è già qualcosa.

Luca Antoccia

Ringrazio Luca Antoccia per aver accettato di annotare i punti salienti delle nostre discussioni. Questa operazione ci avvicina ai temi che trattiamo, facendoci diventare protagonisti. 

seminario Kundalini - Manipura


Cari tutti
vi comunico che domenica 28 gennaio dalle ore 10,00 alle 13,00 si svolgerà il terzo incontro del corso di Kundalini Yoga.

Lo Yoga inizia nel momento in cui il praticante si pone la domanda "Chi sono io?" 
cioè quando inizia a risvegliare la sua coscienza e si mette in viaggio verso la conoscenza di sé…..verso la Conoscenza del Sé….
….e lo Yoga fornisce tutte le informazioni preziose per un viaggiatore appassionato.
 Sulla scia delle parole dell’Hatha Yoga Pradipika: “Come un leone, un elefante e una tigre si addomesticano a poco a poco, così anche il prana deve essere controllato per gradi” si snoda la disciplina yogica che guida il praticante nell’esperienza del tutto inedita della trasformazione del corpo in un microcosmo.  
Attraverso la pratica di asana e principalmente di pranayama e meditazione tracceremo la mappa di territori di accesso ai corpi più sottili, per capire nel profondo del cuore che cosa voglia dire essere completamente vivi!
Come i venti cosmici diventano i respiri che tessono l’Universo, così il respiro con le sue trame tesse l’uomo e lo fa partecipe del filo della Vita.

 Via Varco Sabino 56 - Roma


date successive: 25 febbraio - 18 marzo - 22 aprile - 27 maggio